Modena, Brisighella, Gabes, Montreal, Albisola Marina, Dallas, Iraklion e finalmente Sardegna.Nel mio destino i legami tra usi e costumi, l'archeo astronomia, i saperi della tavola contadina.Dal gran magazzino di ricordi ospitato nella nostra testa chiedono la ribalta mediatica grovigli di cose dimenticate ma sempre presenti. Tra gli affioramenti della memoria ricordo mio padre: raccontava d'aver sentito magnificare dai vecchi modenesi i bastioni che cingevano la città, poi diventati il parco cittadino (dopo lo smantellamento delle vecchie mura difensive). L'altro giorno mi è capitato di guardare una stampa tratta dal volume "Guida di Modena" di F.Sossaj, edita dalla Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi. La riesumazione è del 1973, opera del "Rezdor", benemerita editrice in dialetto modenese. La stampa riproduce il gioco del giro delle mura (All Zogh dal Gir d'la Mura) assomigliante al "Gioco dell'Oca", ma con sprazzi d'ilarità tipiche dei modenesi che lasciano di stucco: sapevate che c'erano i navigli, in uno dei quali l'imbarcadero del duca? I bastioni furono eliminati dopo il 1840. Quando ero bambino andavo spesso in Piazza Maggiore, all'ombra della Ghirlandina e del duomo, perché molto curioso degli scavi archeologici in corso. Dopo la seconda guerra mondiale, mio padre, una sera che si celebrava la riapertura dell'Accademia Militare, dopo avermi condotto per le sale istoriate mi fece assaggiare un sorso di "Albana": fu una rivelazione, ripetuta qualche giorno dopo, quando mi portò in una casa di contadini di Brisighella, capoluogo ove ha avuto origine la mia famiglia che da epoca (forse) etrusca ha sempre avuto il vezzo di chiamare Caterno il primogenito di ogni due generazioni. In quella casa colonica, linda, accogliente, assolata, semplice, attorniato da visi gioviali, centellinai le stille ambrate dell'Albana contadino, dalle fraganze guerriere, sbocconcellando un pane bianchissimo che ancora ricordo e una fetta di prosciutto spessa così. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, aveva ragione Leonardo da Vinci: < ...l'acqua che tocchi dei fiumi è la prima di quella che viene e l'ultima di quella che andò, così è del tempo presente... > . Dopo essere diventato ceramista industriale fui chiamato in Tunisia quale ricercatore d'argille per la materia prima indispensabile ad una fabbrica di mattoni. A Gabes, ai margini del deserto dove trovai l'argilla, sono stato testimone di una pesca miracolosa: migliaia di bonitos (piccoli tonni), erano trainati a riva da una moltitudine di pescatori coi loro bambini, mentre le donne manifestavano la loro felicità con il caratteristico suono emesso dalla lingua battente sulle labbra. La notte prima, una superba luna piena aveva illuminato tutta la costa. A Montreal, dopo aver presentato i miei prodotti ottenuti col rosso al selenio, fui invitato a pranzo all'ultimo piano del Centro Italiano di Cultura, dall'Ing. Della Valle, ivi residente ma originario d'Albisola, in Liguria. Mentre si discuteva del famoso blu, vanto delle ceramiche del suo luogo di nascita, mi fece fare la conoscenza con il cren (rafano), mai preso da me in considerazione. Il mio primo viaggio in Canadà durò pochissimo: conclusi gli affari, ripartii la stessa sera dell'arrivo, ma i rapporti con Della Valle durarono molti anni e nella sua casa d'Albisola mi fece assaggiare il famoso "Pesto alla Genovese" ottenuto dai prodotti del suo orto, ove piantava i semi, facendo attenzione ai cicli lunari. Ricordo a Dallas: dopo la delusione di un caffè offerto in una tazza di polistirolo presso la rivendita di prodotti edili dove mi ero recato per vendere le mie piastrelle da bagno, una schioppettante, memorabile cena a base di una fetta enorme di carne texana cotta alla brace ed i tavoli ottenuti dal taglio orizzontale di grossi tronchi: ognuno di essi poteva ospitare da sei-otto persone. I motivi della "Musica Country", eseguita nel locale da un gruppo folk, mi suonarono all'orecchio per parecchio tempo. Dopo molto pellegrinare sono approdato nell'Isola di Creta. Mi sono sempre piaciuti, oltre ai siti archeologici, i luoghi frequentati dalla gente semplice per discutere del più e del meno, per stare in compagnia e per condividere la gioia di divertirsi insieme ai propri cari. A prescindere dai mercati greci ho sempre avuto predilezione per i piccoli locali di mescita ed i ritrovi per i balli tipici. In quelli d'Iraklion ho intravisto gli ultimi sprazzi dell'umanità agricola d'un tempo: sedie e tavoli dipinti in azzurro, un banco, anch'esso azzurro, dove si bollivano i grani di caffè tostati: il famoso caffè greco (prima di berlo occorreva si depositassero i granelli in sospensione). Gli uomini seduti ai tavoli non parlavano. Ciascuno aveva il tipico fazzoletto in testa avvolto a corona (la dignità era regale), barbe fluenti, baffi imperativi, stivaloni di cuoio nero e braghe larghe. Ogni volta che un forestiero accennava di portare alle labbra un bicchierino d'uzo, facevano "suonare" il proprio con un colpetto sul tavolo per far capire che l'ospite non era solo ma attorniato dall'amicizia locale. Su ogni tavolo c'era un piattino di feta, tagliata a minuscoli dadi, infilati da stuzzicadenti e vassoietti di yogurt. Che atmosfera! Nelle campagne di Cnosso, uno dei siti archeologici d'importanza mondiale, andai una sera ad un ritrovo adatto a famiglie d'agricoltori. Sissignori, uno di quelli dove si rompevano i piatti per terra in segno di giubilo, dopo aver cenato. A differenza di tutti gli altri ove i balli erano accompagnati dal suono delle cetre, il suonatore era un violinista. Avissinos eseguì quella sera, col suo indimenticabile violino, le melodie più antiche e le più adatte per balli turbinosi, eseguiti in cerchio da ogni famiglia, nonni e nipoti compresi. E la Sardegna? La Sardegna, ancora oggi, ha tante cose da stupire chiunque: le tradizioni sono più che mai vivissime e legate alla vita all'aria aperta nelle campagne. Il rapporto dei Sardi con i cavalli è qualcosa che travalica la normalità per raggiungere l'eccezione: la tumultuosa S'Ardia di Sedilo, le rischiose gare a cavallo di Pozzo Maggiore e Santu Lussurgiu, la fascinosa Sartiglia d'Oristano. Non per niente i Sardi sono spesso protagonisti del Palio di Siena. I cavalieri sui loro superbi destrieri "ornano" le feste in costume più belle del Mediterraneo: le sfilate di Sant Efisio (Cagliari) e del Redentore (Nuoro). A parte i cavalli, accenno solo per un attimo, in quanto riportate in altro articolo, alle Feste dei Ceri: celebrazioni dell'avvenuta mietitura, molto ma molto particolari. La Sardegna, oltre ai balli ritmati, assomiglianti a quelli di Creta, ha una particolarità che proviene dalla notte dei tempi: i canti a tenores, dal continuo cambio di tonalità. A prescindere dal celeberrimo Coro di Bitti (Bitti è un centro del nuorese dove ci si abitua fin da ragazzi a questo tipo di canto che a mio avviso ha anticipato le epoche omeriche) e altri cori assurti ad altissimo livello (Neoneli, Oliena, Dorgali e tanti altri), io sono particolarmente legato al Coro di Desulo, alle interpretazioni di sonorità ancestrali che accompagnano, solo col canto, le danze di coppie in costume. Il costume di Desulo è uno tra i più particolari del Mediterraneo. Altre tradizioni, sono espresse in modo unico nel periodo di Carnevale. Da Tempio a Mamoiada, da Santu Lussurgiu ad Oristano, il ciclo carnevalesco è molto di più del mettersi in maschera: scava nel profondo dell'inconscio collettivo. Nel Museo del Costume a Nuoro si rimane stupefatti nel constatare la radice popolare della medicina sarda (spesso contrastata dalla scienza ufficiale) e il connubio con maschere carnevalesche del nuorese che non si limitano ai "Mamutones". Il Museo di Mamoiada è la sintesi del retaggio carnevalesco e meta imperdibile per chi vuole saperne di più su una tradizione che, forse, è nata con l'isola stessa. Nelle campagne si è sempre fatto uso di yogurt, chiamato Sa Frue nel nuorese e Su Casu Axedu nel Sulcis. Numerosi i piatti tipici, con blasoni d'antichità autentica, testimonianti lo sviluppo di una cultura dei sapori. Pani Carasau con ricotta e miele, Su Pani Frattau con l'uovo, Culurgiones di patate, Maccarones de Busa (tipici di Dorgali), Zuppa Gallurese, Su Succu oristanese (pranzo degli sposi a base di zafferano), Malloreddus alla campidanese, Is Pillos e Sappueddus del Sulcis (quest'ultimi, cotti nel latte di pecora appena munto, sono una delizia tra le delizie), etc. Ma oltre a questa abbondanza, senza escludere pesci, crostacei e carni arrosto, vi è una pasta da cuocere nel brodo di pecora che rasenta i limiti dell'immaginazione: avete presente come i Cinesi confezionano gli spaghetti utilizzando solo le mani? Poche famiglie del nuorese utilizzano la stessa tecnica per confezionare Su Filindeu: una pasta a base di molto formaggio che un lungo paziente lavoro di mani trasforma in un ricamo. Posso sbagliarmi, ma i Sardi hanno anticipato i Cinesi in questa tecnica particolare. Ho avuto occasione di assaggiare tre volte Su Filindeu, diluito in brodo di pecora, presso l'agriturismo Testone di Benetutti e posso assicurare che trattasi di un modo di mangiare d'altri tempi. Ho avuto la fortuna, una sera che ero in compagnia dei miei allievi (dell'Istituto d'Agraria Sante Cettolini di Villamassargia), di cenare solamente con Su Filindeu. Dato ai ragazzi la buonanotte, sono uscito per vedere la chioma della cometa di Halley in un cielo incantato. L'esteso territorio dove è ubicato l'agriturismo Testone è ricco di alberi e rocce che parlano al cuore. Non so bene se sarà stato il mix di vino cannonau e Su Filindeu, mi sembra d'aver sentito, in quel luogo incantato, il suono, la melodia, il fruscio della cometa. Stessa cosa provai, qualche notte dopo (ed a digiuno) in un altro luogo incantato: Mont'Essu di Villaperuccio (Sulcis). Io dico, anzi perentoriamente affermo che in Sardegna, per merito dello scarso inquinamento luminoso, le stelle stanno ancora a guardare noi, stupefatti e minuscoli esseri umani al cospetto dell'immensità dell'universo: insegnano che dove il silenzio è sovrano c'è armonia, capacita di sognare, credere e amare. Il mondo odierno non osserva più il cielo stellato come facevano gli antichi Sardi: essi furono i primi del Mediterraneo ad impostare l'anno agrario sulle albe. Noi li chiamiamo solstizi ed equinozi, loro non so come li chiamassero, sta di fatto che molte tombe dei giganti ed ogni pozzo sacro, hanno l'apertura rivolta ad un punto astronomico ben definito, generalmente l'equinozio di primavera (alba del 21 marzo). Indipendentemente dalle ultime asserzioni che dopo decenni di discussioni definiscono le tombe dei giganti non il simbolo della testa di toro visto dall'alto, ma il simbolo di una donna partoriente, nel centro dell'emiciclo d'ogni tomba dei giganti è rilevabile un notevole livello di magnetismo. I pozzi sacri sono rivolti, quasi sempre, verso l'equinozio di primavera mentre il muro centrale del tempio, dell'acropoli di Monte Sirai, nei dintorni di Carbonia, è rivolto verso l'equinozio d'autunno (23 settembre). Sostengo da anni che Monte Sirai fu il tempio del sole dove i sacerdoti dell'era post glaciale aiutavano gli agricoltori a capire quando iniziare a seminare e quando smettere i lavori nei campi. Riferendomi alla medicina popolare sarda avrei tante cose da dire, avendo parlato con molte persone d'ogni età. E' diffusa in ogni parte dell'isola. Nel Sulcis dove vivo ci sono tutt'ora molti praticanti di questa arte antichissima, trasmessa ad un amico da chi non si sente più in grado d'esercitare. Ho conosciuto persone in grado di neutralizzare sia la temibile "Musca de ghettai", pericolosa per gli occhi degli animali, sia la malattia dello zoccolo "Su Pizziri". Sono amico di persone capaci di guarire col pensiero un animale allo stato brado, infettato per essersi scorticato tra i rovi e sperso nei boschi in alta montagna. Volete sapere come ci si libera, in casa, di un ospite non gradito? Non occorrono frecce al curaro o la cicuta, basta mettere in camera da letto una sedia scaravoltata con le gambe all'in su. Poi ci sarebbero tante cose da dire sugli uccelli che rompono le scatole nelle vigne e tra gli ulivi e qui saltano fuori preghiere così antiche da impallidire (e funzionano!). Ciao! Caterno Cesare Bettini (Carbonia, 15 settembre 2011)
|






