I Racconti della Preistoria

 

Un viaggio nelle liturgie delle religioni antiche, alla ricerca delle origini dei popoli iniziatori della civiltà mediterranea:Una mattina come tante altre, ma...

 

Il solstizio e la festa di San Giovanni fanno parte dei riti ancestrali delle vallate del Sulcis Iglesiente e dell’intera Sardegna.

 

Ori-klase fu svegliata prima dell’aurora. Santo-rek, sua madre, voleva portarla con sé, all’inizio di quel giorno, per farle cogliere, con il primo bagliore, la benedizione divina.

Si diressero verso il luogo sacro, ove venivano custoditi, gelosamente, i semi con i quali irrorare i campi dopo lo scoccare dell’anno agrario, chiamato, in quell’epoca, cabudanni. Nel buio che precede l’alba, sotto un cielo terso, ormai vuoto di stelle, già molta gente era convenuta. Tutti con la buccina, la conchiglia marina usata come strumento sonoro per le grandi occasioni. L’attesa era spasmodica. La luce soffusa dell’aurora stava aumentando d’intensità e i fiori di leonarxu (oleandro), lungo i corsi d’acqua dissecati, ne erano come irradiati e assumevano tonalità vibranti, quasi carnali. Il sole si stava avviando al suo trionfo. Pian, piano, le colline, laggiù, assunsero contorni da tripudio. Ed eccolo, il sole; sfolgorante e gongolante, brillante e accecante come non mai, sbarazzino come un dio bambino, ergersi veloce dalle giogaie dei monti. Nei volti della gente, presente al grande rito, il simultaneo passaggio dalle quasi tenebre al chiarore indistinto che precede l’inizio delle realtà della luce, impresse lo stupore e la consapevolezza della rapidità dell’istante, simbolo della fugacità del tempo e dell’alternarsi, inesorabile, delle stagioni.

Trascorso l’attimo di elevazione spirituale o di rapimento estatico in cui uno smarrisce la propria identità di vivente perché emotivamente soggiogato dalla potenza irreale del sorgere del globo di fuoco, tutti soffiarono nella propria buccina per annunciare che da quel momento solo 73 levate del sole avrebbero separato il principiare della lavorazione dei campi, necessario per preparare la semina dei cereali.

Anche altro volevano dire quei suoni: che la durata di ogni giorno avrebbe iniziato a diminuire e che l’astro sarebbe apparso ogni mattina più a destra, per 185 aurore consecutive, per poi iniziare il ritorno, giorno dopo giorno, verso la posizione, sacra, come quella della mattina che si stava festeggiando.

Da ogni parte provenivano i segnali sonori. Dove essi arrivavano la terra ne era benedetta. Tutti i campi, ormai, erano innondati di luce. Nella grande vallata del Cixerri i primi a suonare furono i sacerdoti di Monte Matzanni, il luogo dei pozzi sacri. A loro risposero i cacciatori ascesi a Monte Orbai e quasi contemporaneamente suonarono le sacerdotesse di Concai de Corongiu Akka, alle quali fecero eco il gruppo di Ori-klase e Santo-rek, nella piana solcata dal torrente che attraversa la lunga spelonca. Quindi i suoni pervennero dai gruppi che in processione erano saliti sui monti, Marganai, Miai, Sirimagus e Sirai. Sul pianoro di Monte Narcao le donne veggenti proiettarono raggi di luce, riflessi dai grandi specchi di rame, in modo che tutti, ma proprio tutti, anche coloro che navigavano o che stavano pescando nelle acque dell’arcipelago, si rendessero conto che era giunta la festa del sole.

Nella vasta piana del Cixerri, la mattina di luce iniziava ad assumere la consuetudine festosa trasmessa fin dall’epoca delle epoche, allorché, con la scomparsa dei ghiacci, la gente non sentì più il bisogno impellente di rifugiarsi nella lunga spelonca per proteggersi dal gelo. E scomparsi i ghiacci, i popoli del Cixerri non furono costretti a essere solo cacciatori ma iniziarono ad essere anche raccoglitori e più in seguito agricoltori. E ogni attività agricola era legata alle posizioni in cui sorge il sole, cioè alle stagioni. Nella mattinata di cui si occupa questo racconto, incentrato nel periodo in cui l’essere umano, pur usando ancora utensili di ossidiana (del Monte Arci), iniziava l’uso del rame, si stava celebrando la ricorrenza di Lampas, ovvero di Fors Fortuna. Era usanza che ci si rinnovasse a vicenda i legami di amicizia e di mutua assistenza, in caso di necessità. Mentre i festeggianti, con il capo ornato da foglie di kugusa (crescione o martuzzo) sacro a Samas il Dio Sole, soffiavano nelle buccine e battevano i matrakku per ottenere rumori gioiosi, le Koghe, versando acqua mirtata per terra, nei recinti sacri, declamavano: - Gestu-ri muhara, gestu-ri muhara babbar (ascolta la preghiera, Padre Sole) -. La gente, in un’atmosfera festosa, onorava il Dio: padre, fratello e amico, ringraziandolo per il raccolto abbondante, per la trebbiatura riuscita (perché nessun cavallo si era azzoppato mentre si calpestavano le spighe), per non essere stati morsi dall’arja (argia) e dai solifughi, per essere stati rincuorati dall’aiuto degli amici durante la tosatura e la mietitura.

Un pulviscolo d’oro misto a canti e rumori gioiosi, saliva lungo i pendii dove l’essere umano manifestava la riconoscenza di esistere e la gioia di essere d’aiuto anche all’esistenza altrui.

Santo-rek insegnò a Ori-klase i segnali di intrecci di pietre da porre nei punti dove avevano versato l’acqua mirtata, durante il momento magico dell’apparir del sole. Nel periodo delle piogge vi avrebbero piantato su lau (l’alloro): la pianta, simbolo di gloria e sapienza, più cara al Dio Sole. Terminati i punteggiamenti delle zolle sacre, tornarono alla loro abitazione. Il pulito e la frescura vi regnavano. L’aveva costruita con mattoni crudi, di fango e paglia, il trisavolo di Santo-rek. Al soffitto era appeso il cespuglio di mirto che serviva ad attrarre le mosche. Il pavimento era di fango pressato e abbrustolito dal fuoco; nei muri erano ricavate delle nicchie ricoperte da stuoie. Un lungo e largo sedile ornava la parte inferiore delle pareti; ci si poteva sedere o distendersi per la notte. Il focolare era nell’avvallamento al centro della stanza. Da una parte c’era il telaio, verticale, per contendere meno spazio alla selva di recipienti di terracotta. Fuori, la festa era quasi al culmine. Bisognava predisporsi per il rito dell’Erma. Ori-klase indossò il cortissimo velo di bisso che aveva terminato di tessere qualche giorno prima, utilizzando i filamenti che ancoravano al fondo marino le nakkere, le oblunghe conchiglie bivalvi. Allo scopo si era immersa decine e decine di volte, arrivando in riva al mare in groppa al suo nero cavallo Korr’ ‘e Nannai regalatole dal nonno paterno. Dopo essersi agghindata i capelli con una ghirlanda di fiori colti dagli alberi sulle sponde del fiume, tolse da un buio ripostiglio su “Nenniri” il vaso di terracotta pieno di terra ove aveva fatto germogliare, in assenza di luce, una manciata di semi di grano e di orzo. Accompagnata da sua madre, con su “Nenniri” tenuto sotto braccio, si recò nel recinto delle danze e assieme alle sue coetanee lanciò il vaso entro il cerchio di alte pietre dove la gente si radunava nelle notti stellate per ascoltare la musica del firmamento. Ori-klase era dotata di una grazia innata, il lancio del vaso di “Nenniri” non fu recitato ma spontaneo, e pieno di quel mistero che ogni adolescenza femminile riserba. Il suo prendere la rincorsa, l’arco che dipinse spiccando il salto, le chiome che imbrigliarono una fugace aureola di sacro, furono notate da molti. Anche da Lah-Ka-Na, il sorvegliante della porta sacra dell’Inkungia ove erano raccolti i semi dei cereali. Lah-Ka-Na pensò che quella figurina graziosa, agile, femminilmente dotata e regale, poteva essere la giusta sposa per suo figlio Zarakku, il servo del Tempio di Corongiu dove erano custodite le spoglie degli eroi e della gente santa, appartenenti alle antiche progenie.

Ma Zarakku non aveva bisogno delle sollecitazioni del padre perché aveva messo gli occhi su un’altra giovane, di uguale se non superiore bellezza e Ori-klase voleva un uomo diverso, capace di governare la nave per il trasporto dell’ossidiana, verso mercati sconosciuti. Ori-klase era figlia dell’eroe Sul, colui che a capo del popolo degli Ik aveva sconfitto i predoni venuti dal mare. Sul, ferito a morte, si fece trasportare accanto al muro di pietre sacre eretto nella piana del Cixerri su una altura vicino alla lunga spelonca. Passando le consegne al suo condottiero più fidato, si fece giurare che a sua figlia Ori-klase nessuno avrebbe mai imposto uno sposo. L’armata vittoriosa, battendo sugli scudi, scandì gli ultimi attimi di Sul, che si spense nella constatazione della riconoscenza del suo popolo.

L’enorme muro sacro, megalitico, era stato eretto rivolto verso il punto in cui avveniva l’alzata del sole nel giorno di Fors Fortuna. Tre pali, allineati uno dietro l’altro, perpendicolari al muro, avvertivano inequivocabilmente, con le tre ombre che diventavano una sola, che l’inizio dell’estate era arrivata.

Ori-klase, dopo i balli dedicati al “Nenniri”, si recò a notte inoltrata dove era morto suo padre. Non aveva voluto partecipare alle crocchie di gente intorno ai fuochi. Lei non voleva legarsi a nessuno, neanche con l’amicizia. Indomita, risoluta, chiese il permesso alla memoria del padre di dedicarsi ai pellegrinaggi, in gioventù, per scoprire la saggezza di tutti i popoli. Poi sarebbe tornata e avrebbe dedicato la vita per iniziare a custodire la memoria degli avi. La giovane Ori-klase, in quella notte tutta traforata di stelle, osservando il turbinio di luci che sembrava parlasse, vide qualcosa muoversi lungo la via Lattea.

- Padre - disse, rivolta all’essere siderale in movimento - Padre, tu che garantisti la mia non sottomissione intellettuale e la mia indipendenza, non offenderti del mio errare alla ricerca della giustizia e della verità. Ritornerò e indicherò la via. Ritornerò e lascerò un messaggio affinché i popoli di questa Isola vivano in pace e uniti contro ogni avversità. Ritornerò, Padre, e sarò la custode di tutte le memorie della mia gente. -

Un intenso profumo di fiori selvatici, portato da una brezza veloce, trasmigrò a valle dalle foreste aeree del Marganai. Un coro di usignoli sovrastò i pensieri di Ori-klase. L’immenso disegno luminoso della via Lattea sembrò essere immobile. La benedizione di Sul era giunta.

Molto, ma molto, anzi, moltissimo tempo dopo, un popolo più evoluto, discendente dal popolo degli Ik, cominciò ad adoperarsi per erigere austere costruzioni di macigni. Ovunque, vi fossero testimonianze di luoghi sacri, venerati dagli inizi dell’antichità, costruirono mono-torri o complessi multi-lobati. Quel muro santo, nei pressi dell’attuale Domusnovas, fu inglobato in un nuraghe destinato a diventare famoso.

Caterno Cesare Bettini

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