La Leggenda del Fri Brì

IL fruscio del vento mi aveva svegliato… o, forse, qualcosa di più forte, come un tonfo nell’acqua, una voce...
Ero sdraiato sotto le grandi e festose corna della testa di cervo, in legno dipinto, che tutt’uno faceva con la prua della grande e poderosa nave di mio padre. I miei occhi seguivano ammaliati il volteggiare austero dei grandi grifoni che ad ali immobili, disegnavano spirali eccentriche e solenni in un azzurro intenso di cielo, pieno di pace.
Avevamo avuto mare grosso, il giorno prima, e il mio sbracciare tra vele e remi, per dare una mano ai compagni, mi aveva stancato molto. Poi il colpo alla testa di un grosso pesce volante mi aveva intontito a tal punto che, una volta arrivati, anziché scendere a terra con gli altri ho preferito sdraiarmi, addormentandomi subito.
La grande nave giocava con le onde dell’ormeggio ed io mi lasciavo cullare come ancora fossi tra le rosee braccia della mia nutrice, allorché cercava di addormentarmi neniando la storia d’Inanna, la Dea sumera del cielo.
Il sole era sorto da poco, ma intorno ancora regnava un grande silenzio, non si vedeva anima viva, segno che la sera prima si era fatto festa in nostro onore, come erano soliti fare quelli di Filitosai quando si arrivava con l’ossidiana di Monte Arci, le ceramiche di Monte Forru e le spade e gli specchi di bronzo fusi nelle fonderie vicino a Monte Sirai.
Alzandomi mi resi conto che la testa era indolenzita e non avrei potuto sopportare d’infilarmi il grande elmo da cerimonia. Un po’ m’indispettiva perché sentivo il bisogno di far colpo sulla bella e leggiadra Nur, figlia del Gran Cerimoniere di Filitosai, talmente graziosa e incantevole da onorare al massimo il nome che portava: Nur, Luce di Dio.
La superficie del mare era un via vai di voli: quelli tutti sbalestrati dei marangoni, le evoluzioni delle berte, il saltellinare pensoso, ad ali tese, degli aironi e il saettare dei fribrì che vivevano solo in Corsica e che non si trovavano né in Sardegna, da dove noi si veniva, né in Mauretania, ove spesso si andava alle grandi fiere di cavalli, per scegliere esemplari superbi e veloci, barattandoli con il bronzo i cui lingotti vengono fusi sulle pendici di Monte Sirai, la sacra altura dedicata al Dio Sole, da dove si domina il fulgido arcipelago e Sulki, la Grande Isola Sacra dove è nato mio padre.
No, i fribrì (così diceva mio padre) non volavano neppure nei cieli di Thera e di Cnosso a Creta, e neppure a Sardi, in Mesopotamia, dove ha avuto inizio l’epopea delle genti sumeriche di cui siamo cugini. Un fribrì tutto dorato e dalla coda color pervinca, si era posato, in cerca di chissà che cosa, sui sacchi di tela d’asfodelo, ricolmi d’ossidiana, che ancora non soppiantava il bronzo per i mille usi di cui i Popoli del Mare erano avvezzi da sempre. Non solo persisteva l’usanza di ricavarne pettini, raschiatoi, punte di freccia per la caccia al prolagus e ai fagiani, ma soprattutto veniva richiesta per farne amuleti contro l’inappetenza in amore.
Ad un tratto la stana forma della coda del fribrì mi rammentò le sette spille, tutte uguali, infilate nel cappello a cono, color turchino, della Sibilla di Cuccuru de Su Cordulinu, la spelonca benedetta, meta di schiere di oranti, i cui fuochi, perennemente accesi, sono di riferimento a chiunque arrivi ne Golfo di Palmas. Cuccuru de Su Cordulinu si erge accanto ai dirupi selvaggi di Monte Crobu tra Monte Suergiu, il colle delle acque, e il monte Sirimagus, la sacra altura dei veggenti. Il fribrì continuava a saltellare tra i sacchi d’ossidiana, roteando la sua coda color pervinca. Io ero ancora intontito e con il capo dolente. A poco, a poco, liberando la mente dal torpore, cominciai a collegare la visione del sogno, da cui mi ero appena disgiunto, al vaticinio della Pitonessa a cui ero andato in pellegrinaggio, dopo che sul Monte Sirimagus, il Sommo Sacerdote di Gilgamesh mi aveva ordinato di recarmi, pena l’annullamento dell’investitura di Gran Timoniere delle Flotte Guerriere dei Popoli del Mare. Ricordo che, in un antro, scavato a forma di tenda, con due lettighe opposte scavate nella roccia, la Pitonessa, dopo avermi scrutato da dietro sette reti di bisso, tessute da quelli del Paese delle Nacchere che vivevano davanti alla Grande Isola Sacra, m’impose di uscire dall’antro e aspettare accanto ai fuochi, rimanendo ben dritto sulle gambe e ad occhi chiusi; dopo di ché si concentrò per scrutare i miei destini. Io stavo fuori, pioveva a dirotto ed era quasi notte. A notte inoltrata, ancora ritto davanti alla spelonca e completamente inzuppato perché pioveva ancora più forte, sentii accarezzarmi le palpebre, chiuse, da qualcosa di strano: un uccelletto dalla coda color pervinca che mi volava velocemente intorno, andando di tanto in tanto sulle ginocchia della Pitonessa tutta ammantata di luce, che mi bisbigliava, guardandomi dolcemente, parole che non udivo o non capivo. Finì di parlare e si dileguò dietro le sette reti di bisso, seguita da quello strano uccelletto mai visto prima. Me ne andai con la certezza che prima o poi le parole della Pitonessa mi sarebbero state decifrate durante un sogno.
Mentre ricordavo l’incontro con la Pitonessa, avvenuto qualche anno prima, il fribrì continuava ad avvicinarsi senza timore, poi spiccò un piccolo volo e, tac, mi diede un colpetto con le ali come nella notte del vaticinio.
Eccolo qua l’essere misterioso. Graziosissimo, scattante, minuscoletto come una cincia mora, ma con quella strana crestina sul capo e la coda color pervinca che assume, ad ogni volo, forme diverse. Mentre lo guardavo, improvvisamente mi venne in mente il sogno fatto nella notte. Mi ero sognato d’essere ancora sotto la pioggia a Cuccuru de Su Cordulinu, la Pitonessa mi parlava dolcemente e chiaramente. << Quando sarà giunto il tempo propizio ti sveglierai su una nave ancorata in un porto lontano. Ti verrà vicino il fribrì, lo stesso che ti ha accarezzato le palpebre. Seguilo! Ti porterà dal Capo di un popolo destinato, prima o poi, a subire l’invasione di barbari crudelissimi. Il tuo cuore ti suggerirà cosa dirgli e nella tua promessa sarà racchiuso il destino tuo e dei tuoi discendenti.>>
Il Fribrì, intuito che finalmente il mio cervello aveva ricominciato a connettere, iniziò a fare piccoli voli perché lo seguissi. Lo feci, scesi dalla nave, c’inoltrammo tra i meravigliosi graniti di Filitosai immersi nel verde di cisti, lentischi e nel profumo amorevole di rosmarino in fiore. Giungemmo quasi subito in un grande spiazzo, dominato da un masso enorme a forma di scudo di tartaruga. Sotto, in mezzo alla grande apertura, tutta addobbata, c’era il Gran Sacerdote con i paramenti da cerimonia. Il fribrì gli volò sulla spalla destra dandogli piccoli colpettini sul collo col minuscolo beccuccio. << So chi sei>> Mi disse <<So chi ti ha mandato. Ma non so cosa devi dirmi>>
In petto mi vennero le parole e cominciai a favellare; la voce mi rimbombava dentro la testa, le parole mi uscivano da sole:<< Sommo Sacerdote di Filitosai>> cominciai a dire<< Un giorno avverrà che un grande e potentissimo popolo verà qui per sottomettervi. Tu sai dove noi viviamo, mandacelo a dire, verremo con le nostre navi veloci e vi libereremo, perché Corsi e Sardi sono fratelli di sangue.>> Una gran acclamazione sgorgò alle mie spalle mentre il viso del Gran sacerdote si distendeva in un luminoso sorriso. Non mi ero accorto che intorno a me si era assembrato il polo di Filitosai, che aveva ascoltato il mio discorso.
Anche mio padre c’era e i miei compagni che attorniavano il Gran Cerimoniere, accompagnato da quel bocconcino prelibato di sua figlia Nur (mi guardava come se io fossi chissà mai chi). Il brusio terminò e nel silenzio si ascoltò il Gran sacerdote<< Guerriero del Mare>> mi disse, << conosciamo il valore della flotta di cui sei Gran Timoniere. Noi siamo un popolo di pace, siamo colombe, e abbiamo bisogno di essere protetti da gente come voi. Quando sarai tornato nella tua patria stacca una fogliolina d’ulivo dall’albero che seglierai, a non più di tre ore di cammino dal monte Sirimagus. La fogliolina l’avvolgerai attorno alla zampetta di questo colombo viaggiatore che ti prego di portare con te, per ridargli il volo dopo che avrai scelto l’albero d’ulivo. Dal momento che libererai il colombo, manda un tuo messo, ogni mattina, a vedere se sui rami d’ulivo prescelto è arrivato il fribrì che ti manderò nel momento che il popolo barbaro avrà dato inizio all’invasione della Corsica. Il fribrì è un essere magico e gli basterà tenere la fogliolina nel becco per individuare a distanza qual è l’albero da te scelto. Ricordati di dargli da mangiare della propoli d’api perché arriverà sfinito per il lungo volo>>. Il fribrì garriva come una rondine e roteava la coda dimostrando che aveva capito tutto.
Partimmo con la pena nel cuore per quella gente destinata a sopportare una durissima prova. Partimmo con una persona in più perché avevo sposato Nur: l’avevo guardata con dolcezza subito dopo il discorso del Gran Sacerdote; lei non aveva retto l’emozione ed era improvvisamente svenuta, rivelando così, inconsapevolmente, che i nostri destini dovevano unirsi. Ha ripreso conoscenza dopo che il fribrì le aveva accarezzato le palpebre con le ali. L’unione di sangue del popolo sardo-corso si celebrò nella primavera successiva. Nel giorno dell’equinozio il fribrì giunse stremato sull’ulivo che avevo scelto nella vallata del Rio Mannu, sotto le pendici del Monte Sirimagus.

Eravamo pronti da diversi giorni con la flotta da battaglia e partimmo quasi subito per arrivare, giusto in tempo e dare l’aiuto promesso al popolo Corso. Prima distruggemmo tutte le navi dei barbari, attraccate alla riva, poi assalimmo gli invasori con le nostre armi di bronzo. La battaglia durò, ininterrottamente, sette giorni. Metà del mio popolo guerriero morì in battaglia, io riportai sette brutte ferite, ma ogni volta le ali del fribrì, che sempre volava al mio fianco, le rimarginarono all’istante con il loro battito frenetico, consentendomi di continuare nel vivo della battaglia. Del popolo barbaro rimase in piedi nessuno. I feriti, curati, li portammo con noi, come schiavi, per liberare da ogni preoccupazione il popolo Corso, che, nonostante l’indole pacifica aveva combattuto valorosamente, assieme a noi, per sconfiggere l’invasore. Ricordo il tripudio della vittoria e il calore dell’amicizia eterna tra i nostri due popoli che ebbe inizio da allora.

Ora sono vecchio, ho visto quasi trecento volte il ritorno delle rondini a primavera. Nur mi ha dato 18 figli. Quando ha lasciato questa vita le ho fatto erigere un grande monumento di pietre a forma di cono e ho voluto che diventasse il mausoleo del sole, rivolgendone l’apertura d’entrata verso il punto in cui sorge l’astro nel Solstizio d’estate. Ora vi sono già tanti mausolei simili a quello costruito per Nur, la donna per cui sono nato. La mia gente sta costruendo il mio mausoleo. L’interno è a forma di carena di nave rovesciata per ricordare che io, Lau, Gran Timoniere delle flotte guerriere dei Popoli del Mare sono vissuto navigando e scoprendo nuove terre.
Il fribrì è sempre con me, anzi, ce ne sono due perché, in occasione della vittoria, il popolo di Filitosai mi ha donato un fribrì femmina perché facesse compagnia al fribrì della battaglia, troppo affezionato per lasciarmi.

Come tutti gli esseri magici anche i fribrì sono eterni, ogni tanto scompaiono, per riapparire nel momento in cui meno te lo aspetti. Ultimamente non scompaiono più perché sentono che ho bisogno di compagnia; la mia solitudine, senza Nur, è immensa. Dopo domani mi farò portare sul carro maggiore a vedere come procedono i lavori per unire, con una grande striscia di terra, il Paese delle Nacchere con la Grande Isola Sacra.
Scrivila questa verità, tu, scriba, che imprimi la nostra scrittura sulle tavolette di cera, prima di farla scolpire sulle rocce di Monte Miai e di Sirimagus. Lo sai, scriba, che la Sibilla mi ha detto che i posteri confonderanno i nostri mausolei con costruzioni guerresche e diranno che l’istmo che stiamo per completare sarà opera del Rio Cannas e non riconosceranno a noi, uomini dei metalli, l’artificio del primo bronzo? Lo sai, scriba, che la nostra e la mia verità verranno custodite solo a Filitosai perché qui, prima o poi, si racconterà che noi, Popoli del Mare non siamo mai esistiti?

Perché il ricordo di noi rimanga intatto abbiamo solo una speranza: che i fribrì nidifichino e rimangano qui anche dopo che io sarò trapassato; altrimenti torneranno a Filitosai dove sono nati. Se i fribrì rimarranno qui per sempre, sapranno trovare, al momento giusto, le persone in grado d’individuare la vera storia del nostro popolo.
La Sibilla, dopo la vittoria, mi ha predetto che essi nidificano lontano dalla loro terra, solo sentendo suonare uno strumento che si chiama launeddas. Ho mandato gente in ogni dove per pregare questi suonatori a venire. Fino ad ora ogni ricerca è stata vana; ma qualcuno mi ha detto, o forse è stato un sogno, che nelle Isole Baleari si possono ancora trovare dei suonatori di Launeddas. Domani ordinerò una spedizione per la ricerca in quelle isole e se verranno trovati, chiederò loro d’istruire i miei uomini all’uso di questo strumento, in cambio dei segreti per fondere i metalli.

Ecco, mio scriba, scrivi perfettamente tutto quanto oggi io ti ho raccontato. Non dimenticare niente e se vuoi farmi felice parti domani con la spedizione e portami i suonatori di Launeddas. Se li troverai e se tornando tu mi trovassi già dimorante nel mio mausoleo di Barrancu Mannu, non darti pena e chiedi ai suonatori di dar fiato alle loro melodie per sette mattine consecutive, nelle vicinanze di Cuccuru de Su Cordulinu, all’alzar del sole. Vedrai, se i fribrì figlieranno non si staccheranno mai più da questa terra e avremo la certezza che prima o poi essi troveranno della gente che onorerà la nostra storia e non ci lasceranno nel crudo oblio della dimenticanza. Fallo per Nur, che ti ha amato di più perché sei stato l’ultimo dei suoi figli.
E il diciottesimo figlio di Lau e di Nur, dopo che ebbe finito d’imprimere i ricordi del padre sulle tavolette di cera, s’imbarcò per andare alla ricerca dei suonatori di launeddas. I fribrì, per salutarlo, gli diedero tanti piccoli colpettini di becco sulla parte destra del collo. Sapevano già che i suonatori di launeddas sarebbero stati trovati.

Pubblicato il 9 maggio 2001 sul N° 103 del quindicinale “La Provincia del Sulcis Iglesiente” ma concepito nel 1989 visitando Sartene e Filitosa, in Corsica per inserirle in un itinerario culturale sardo-corso. Percorso culturale che partiva dal Sulcis e arrivava a Filitosa, dopo aver lambito tutti i luoghi “santi” del neolitico. L’itinerario sarebbe stato tradotto nei diciotto idiomi dell’Unione Europea per essere divulgato nelle scuole. Visitando Filitosa ebbi l’idea dell’uccelletto magico e c’imbastii qualche appunto. A prescindere dalla bellezza rappacificante di Filitosa, mi rimasero impresse le parole lette nel suo microscopico museo, dove s’inneggiava ad uno sconosciutissimo intervento dei Sardi a favore della Corsica, invasa da un popolo straniero in epoca pre-nuragica. Mi fece pensare il fatto che in Corsica si scrivesse ufficialmente della capacità di navigare dei Sardi mentre in Sardegna questo assioma era considerato tabù da chissà mai chi. L’idea di una ballata, di una leggenda sull’uccelletto magico da raccontare ai bimbi, mi perseguitò a lungo fino a quando non mi venne voglia di disegnare monili a forma d’uccelletto. Toh, ecco il Fribrì, mi sono detto, ed ho risentito l’impulso di scriverne in proposito.
 
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